Viene da Tucson, ma potrebbe venire dal Kentucky o dal
Connecticut. Scrive quello che gli scompagna il cuore.
Ritornelli più irregolari di quanto sembri.
Arrangiamenti più arditi di quanto appaia. Ma sempre i
suoni giusti. E quasi sempre i più essenziali. Sotto il
profilo letterario, la sua è una metodica operazione di
smontamento dei valori storici e produttivi del 'sogno'.
Immaginate strofe che a ventitre anni di distanza,
riescano a commentare la copertina di The Last Record
Album dei Little Feat: spettri a Hollywood,
città fantasma, animali e gramigna sul Sunset Boulevard.
Prodotto dal chitarrista degli X Tony Gilkyson, The
Man Called Someone diffonde la protesta
sociale 'più inutile del mondo'. La protesta di chi non
vuole cambiare più niente. Di chi vuole solo appurare
che la vita può anche limitarsi all'amara constatazione
di aver mancato l'autobus per un secondo e mezzo ben
sapendo che quel secondo e mezzo avrebbe potuto
significare un'altra vita (I'm
James Dean).Tutto ciò si traduce qui in una
coraggiosa poesia del dettaglio. La rabbia di Coinman
filtra dai versi di Desperate
Man (altro modo, forse meno romantico, di
sentirsi 'desperado'). Entra di prepotenza nel
cuore attraverso Stranger
In This Country. Esplode con la title-track,
quando il protagonista si dice stanco di essere
considerato lo stereotipo del 'quiet man'. Una rabbia
tenera. Come lo sguardo dell'amico Costner.
Dell'ex divo che, dopo un paio di fiaschi, è in marcia
verso un lento riposizionamento nello stardom. Anche lui
pronto per il mestiere di outsider in un luogo dove
contano altre cose. E dove una canzone come Great Divide,
scritta a quattro mani dall'insolita coppia, può valere
un Oscar.
Enrico Sisti *****
Musica di Repubblica
"Dicono
di lui..."
Il suo è un songwriting scarno ma deciso, capace
di riprendere con tocco lirico gli infiniti orizzonti del
vecchio west con un sound minimale ma appassionante,
grazie a uno stile che riprende la lezione country-rock
ma la orienta verso il primario folk americano. Un disco
che sembra uscire dalla grande stagione cantautorale
degli anni settanta ma senza suonare retrò, e che
proprio per questo ha l'imprimatur della classicità. Paolo Vites, Jam Magazine
La sua voce roca e grintosa lo segnala come il
nuovo 'loner' degli anni novanta. Le sue ballate sono
road songs di sicura presa, a volte drammatiche, a volte
piene di speranze, a volte musicalmente scarne sino al
midollo, altre volte più arrangiate, ad ogni modo il
mondo solitario di Coinman è tutto racchiuso nella sua
musica, un sound intrigante da scoprire passo dopo passo. Fabio Nosotti, Out Of Time
Magazine
Photo by Dan Jerla
Coinman's
Official Site
|