[ J O H N  C O I N M A N ]

E' amico di Kevin Costner, piace ai Giapponesi che lo hanno mandato addirittura in testa alle loro classifiche, ha talento, fa suonare le chitarre dei suoi amici (soprattutto Jerry Donahue) con la stessa dolcezza che usava vent'anni fa, quando uscivano i dischi dei Poco, di Ry Cooder, di Warren Zevon. Per il mercato occidentale, però, John J. Coinman è uno dei tanti 'sans papier' della canzone facile. Uno di quelli che agli occhi e alle orecchie della 'grande media' non sono niente perchè non sono nè country, nè folk, nè pop e nè - tantomeno - l'astuta combinazione di tutti questi elementi. Coinman ha musicato spettacoli di 'spoken word' di John Densmore (il batterista dei Doors) ed ha supervisionato la colonna sonora di Balla coi lupi. E sempre accanto a Costner ha scritto quattro canzoni per The Postman (L'uomo del giorno dopo in Italia).
Viene da Tucson, ma potrebbe venire dal Kentucky o dal Connecticut. Scrive quello che gli scompagna il cuore. Ritornelli più irregolari di quanto sembri. Arrangiamenti più arditi di quanto appaia. Ma sempre i suoni giusti. E quasi sempre i più essenziali. Sotto il profilo letterario, la sua è una metodica operazione di smontamento dei valori storici e produttivi del 'sogno'. Immaginate strofe che a ventitre anni di distanza, riescano a commentare la copertina di The Last Record Album dei Little Feat: spettri a Hollywood, città fantasma, animali e gramigna sul Sunset Boulevard. Prodotto dal chitarrista degli X Tony Gilkyson, The Man Called Someone diffonde la protesta sociale 'più inutile del mondo'. La protesta di chi non vuole cambiare più niente. Di chi vuole solo appurare che la vita può anche limitarsi all'amara constatazione di aver mancato l'autobus per un secondo e mezzo ben sapendo che quel secondo e mezzo avrebbe potuto significare un'altra vita (I'm James Dean).Tutto ciò si traduce qui in una coraggiosa poesia del dettaglio. La rabbia di Coinman filtra dai versi di Desperate Man (altro modo, forse meno romantico, di sentirsi 'desperado'). Entra di prepotenza nel cuore attraverso Stranger In This Country. Esplode con la title-track, quando il protagonista si dice stanco di essere considerato lo stereotipo del 'quiet man'. Una rabbia tenera. Come lo sguardo dell'amico Costner. Dell'ex divo che, dopo un paio di fiaschi, è in marcia verso un lento riposizionamento nello stardom. Anche lui pronto per il mestiere di outsider in un luogo dove contano altre cose. E dove una canzone come Great Divide, scritta a quattro mani dall'insolita coppia, può valere un Oscar.

Enrico Sisti ***** Musica di Repubblica

"Dicono di lui..."

Il suo è un songwriting scarno ma deciso, capace di riprendere con tocco lirico gli infiniti orizzonti del vecchio west con un sound minimale ma appassionante, grazie a uno stile che riprende la lezione country-rock ma la orienta verso il primario folk americano. Un disco che sembra uscire dalla grande stagione cantautorale degli anni settanta ma senza suonare retrò, e che proprio per questo ha l'imprimatur della classicità.  
Paolo Vites, Jam Magazine

La sua voce roca e grintosa lo segnala come il nuovo 'loner' degli anni novanta. Le sue ballate sono road songs di sicura presa, a volte drammatiche, a volte piene di speranze, a volte musicalmente scarne sino al midollo, altre volte più arrangiate, ad ogni modo il mondo solitario di Coinman è tutto racchiuso nella sua musica, un sound intrigante da scoprire passo dopo passo.   Fabio Nosotti, Out Of Time Magazine

 

Photo by Dan Jerla
Coinman's Official Site